A cura di Virginia Farina per la Scuola di Yoga Centro Natura
Alla ricerca della verità
Stiamo attraversando una delle fasi forse più cruciali della nostra storia collettiva. La tecnologia ci sta sopravanzando anche in quei territori che pensavamo fossero una prerogativa dell’umano, arrivando a dialogare con noi e a generare contenuti al nostro posto. Gli equilibri economici e politici su cui fondiamo la nostra visione del mondo stanno saltando uno dopo l’altro, e persino quei principi che ritenevamo inviolabili sono sempre più facilmente messi in discussione. Per usare un’espressione molto in voga, siamo nell’epoca della “post-verità”, in cui l’informazione non si fonda più su dati oggettivi e il più possibile neutrali, ma sul suo impatto emozionale, sulla capacità di destare interesse e portare, quindi, al più alto numero di visualizzazioni possibili. In questa cornice prosperano le cosiddette fake news: immagini, video, audio, realizzate con tecnologie generative sempre più sofisticate in cui diventa praticamente impossibile distinguere un filmato reale da uno realizzato a tavolino, un evento reale con uno semplicemente costruito ad hoc. Cosa ci resta, allora, per distinguere il vero dal falso? Esiste ancora qualcosa che possa definirsi verità?
Si tratta di domande grandissime, a cui ora è forse quasi impossibile rispondere, ma su cui è diventato sempre più importante portare la nostra attenzione. Anche come insegnanti e praticanti di yoga. E non è un caso che le iniziative della YANI (Yoga – Associazione Nazionale Insegnanti) per il consueto appuntamento delle “Porte Aperte” si siano quest’anno incentrate proprio su Satya, la verità, che è il secondo principio degli Yama descritti da Patanjali come base etica della pratica.
Ma cosa ha a che fare la relazione con la verità con i nostri percorsi? Cosa c’entra la ricerca della verità con lo yoga?
Antica come le montagne
Proviamo a definire alcune linee di riflessione. Non tanto per cercare una risposta definitiva a queste domande, quanto per aprire il campo a esperienze e visioni che possono aiutarci a guardare con occhi diversi la nostra stessa esperienza.
Siamo all’inizio del Novecento quando Gandhi, per protestare contro la discriminazione e l’isolamento degli immigrati indiani in Sudafrica, concepisce la sua filosofia del Satyagraha: una resistenza non violenta che si fonda proprio sulla capacità di essere “fermamente stabiliti” (āgraha: insistenza o fermezza) nella verità delle cose (satya, da sat: ciò che è). La visione gandhiana della verità è una visione così potente che gli consente, insieme al riferimento a un altro principio dello yoga, Ahimsa ovvero la non violenza, di trasformare il conflitto con l’oppressione in una forma di resistenza che non vuole annullare l’altro, ma “trasformarlo”, portarlo a riconoscere le ingiustizie per ciò che sono così da poterle superare. Questa visione cerca, quindi, di far emergere la verità come qualcosa che è al di là di ogni visione parziale o condizionata, non a imporre la propria volontà.
Questo significa che non è su un piano teorico o ideologico che la verità può essere cercata, non è attraverso un arroccarsi di posizioni astratte, ma, al contrario, per Gandhi la ricerca della verità non può separarsi da una forma di auto-disciplina che porta il praticante a “svuotarsi”, a farsi sempre più essenziale in modo da fare spazio a un principio che è sempre meno condizionato dai desideri e dagli interessi personali. Solo a queste condizioni un’azione può essere efficace e non reattiva, proprio perché capace di fare leva su una visione più ampia del reale. Allora il principio su cui ogni azione trova fondamento è un principio impersonale, che Gandhi definisce “antico come le montagne” e da cui crede si possa spezzare il ciclo violenza-reazione attraverso una forza basata sull’amore e sulla moralità.
Una forza che si rivela davvero travolgente, tanto da portare l’India a emanciparsi dalla dominazione inglese negli anni Quaranta e da influenzare nel corso Novecento numerosi movimenti per i diritti civili in tutto il mondo, tra cui quelli di Martin Luther King Jr, Nelson Mandela e, in Italia, Aldo Capitini.
Questioni di prospettiva
Quando ci confrontiamo con la nostra esperienza quotidiana il concetto di verità tende però a farsi molto più sfuggente. Ci accorgiamo che ogni punto di vista in un evento è portatore di una propria verità e che è facilissimo per ciascuno di noi credere in qualcosa che si rivela poi un’illusione o un banale errore di percezione, proprio come in quelle figure che sembrano disegnare una forma che in realtà solo il nostro cervello riconosce.
E se allora ci ingannassimo? Come possiamo essere certi davvero di qualcosa se ci sbagliamo così facilmente?
Torniamo agli Yogasūtra e al secondo pāda dove si presenta l’ignoranza come il campo in cui crescono le afflizioni (kleśa), che sono il non vedere come stanno le cose (avidyā), il ‘senso di io-sono’ (asmitā), [la coppia] attrazione (rāga) e avversione (dveṣa), l’ambizione ostinata al mantenimento [della continuità] (abhiniveśa). Più in dettaglio, ancora, il testo ci dice che l’ignoranza è la condizione che fa ritenere il perituro imperituro, l’impuro puro, il dolore (duḥkha) il piacere (sukha), il non-sé (anātman) il sé (ātman) (Yogasūtra II.3, II.4 e II.5).
Ingannarci, dunque, fa parte del gioco, nel senso che non si tratta di un difetto personale ma di una condizione nella quale tutti ci muoviamo. Essere nella verità, in relazione con ciò che è, significa allora essere pienamente consapevoli dei nostri limiti e degli inganni prospettici, dei filtri di distorsione di cui siamo portatori. Significa riconoscere il non so, la nostra fondamentale condizione di ignoranza, e aprirci, continuamente, a quel processo di presenza che ci dice la verità non una volta per tutte, non per sempre uguale, ma nel continuo divenire con le cose.
Essere con la verità, alla fine, sembra somigliare più ad una danza che alla conquista di una posizione certa e inamovibile.
Ma cosa significa più concretamente?
Verità e realtà: essere con ciò che è.
Nella loro formulazione dei principi etici attraverso Yama e Nyama, gli Yogasūtra non sono mai da intendersi come comandamenti morali, piuttosto come principi che orientano le azioni illuminandone i meccanismi più profondi. Per usare le parole di Vimala Thakar, gli Yama non ti danno un codice di condotta ma una prospettiva della vita, una valutazione della vita; gli Yama ti offrono un’attitudine nei confronti della vita.
Cosa ci dice, allora, Patanjali rispetto a Satya? Che definizione ce ne dà alla luce di ciò che abbiamo detto fin qui?
La cosa sorprendente è che, in realtà, il testo non ci offre alcuna definizione diretta di questo principio, ma ci offre un indizio importante per riconoscere quando esso è realizzato: il frutto dell’essere fermamente stabiliti in satya è la corrispondenza tra pensiero e azione (Yogasūtra II.36).
Sappiamo di essere nella verità quando c’è corrispondenza tra ciò che riconosciamo vero all’interno di noi, ciò che si rivela reale, e ciò che si manifesta attraverso le azioni.
Questo significa che è la nostra presenza la condizione del sentire, del riconoscere momento per momento ciò che è: non ciò che è stato o sarà o potrebbe ancora essere. Ciò che è proprio ora, qui, alle condizioni di ascolto che ci sono date. Questa via all’autenticità comporta, quindi, un’educazione all’ascolto come via per sviluppare la saggezza, ovvero quella capacità di agire in modo giusto non perché riferiti a un bene assoluto, ma perché coerenti con ciò che risconosciamo vero.
Lo spazio della pratica è, allora, davvero quel luogo di risveglio all’esperienza del vivere, a ciò che si dà alla nostra coscienza.
Attraverso la pratica smettiamo di guardare alle cose per come dovrebbero essere, o per come vorremmo che fossero. Mano a mano che la nostra capacità di essere presenti cresce, si “allena”, scopriamo in noi una modifica della nostra postura e del nostro sguardo. C’è come un grado di trasparenza maggiore che apre tutto il nostro campo visivo e ci permette di spostarci dal piano assoluto, in cui l’esperienza si presume definitiva e durevole, a un piano più relativo, dove ogni esperienza è un processo in divenire ed è proprio nella coltivazione del dubbio, di uno sguardo capace di domanda o solo curioso e aperto, che proprio nel “non so” può fare spazio a ricevere una comprensione dell’irriducibilità del reale.
Ed è allora la capacità di ascolto, quella presenza meditativa, può aprirci a una relazione “amorosa” con ciò che di fondamentale c’è nella vita, così com’è.
Per dirlo con le parole di Jon Kabat-Zinn: con quello che potremmo chiamare “verità” e che comprende la bellezza, l’ignoto e il possibile, il modo in cui stanno veramente le cose, il tutto incastonato nel qui e ora.

