Tapas, il calore che purifica

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Dialogo con Marco Passavanti
a cura di Virginia Farina per il Centro Natura

Nell’esperienza dello yoga arriva un momento dove ci scopriamo a praticare con un’intensità che somiglia all’ardore di una disciplina. Alcuni insegnanti la definiscono come tapas, riprendendo un concetto radicato nello Yoga tradizionale, con un forte riferimento a pratiche ascetiche molto lontane da noi. Di cosa si tratta, allora? Come possiamo tradurre questa visione della nostra umilissima e concreta esperienza?

Ne abbiamo parlato con Marco Passavanti, già ricercatore presso l’Università «La Sapienza» di Roma, traduttore e insegnante formatore presso l’AYCO di Roma e in diversi centri italiani, tra cui il Centro Natura, che il prossimo 8 febbraio 2026 terrà per noi un seminario teorico ma soprattutto esperienziale dal titolo “Tapas, il calore che purifica”. Qui la pagina del sito per tutte le informazioni al riguardo.
Buona lettura!

Virginia: Caro Marco, è davvero un piacere tornare a dialogare con te su aspetti della pratica che ci permettono di integrare il piano teorico con l’esperienza, così che si illuminano reciprocamente. Quest’anno affronteremo un tema davvero affascinante: tapas, quel “calore magico” che in origine è connesso al concetto di tapasyā e a pratiche ascetiche antichissime e, letteralmente, molto lontane da noi. Ci aiuti a inquadrarle meglio?

Marco: Nell’ambito delle tradizioni religiose indiane si parla frequentemente di un calore ascetico, o tapas, considerato creativo, magico e trasformativo e di una serie di pratiche atte a generarlo, dette tapasyā. Tali pratiche si presentano come un insieme di tecniche eterogenee, di austerità finalizzate alla trasformazione dell’individuo, che riesce in questo modo ad accumulare e a utilizzare per i propri scopi il calore da esse prodotto. In molti casi tali pratiche hanno in comune, a me sembra, l’idea di andare ‘contronatura’, cioè contro il corso normale o naturale delle cose, e il fatto di essere incentrate sullo sforzo (śrāma) sistematico e prolungato. Esse richiedono invariabilmente una restrizione, un’elevata forma di controllo di sé e la capacità di sopportare dolore e disagio (tutte qualità che, per molti versi, potremmo definire ‘yogiche’). In molti casi, soprattutto nei testi vedici, ma anche in quelli epici e nei Purāṇa, tali pratiche hanno lo scopo di accumulare potere, che a sua volta può conferire un’autorità tale da impensierire e minacciare gli dèi stessi, che a quel punto possono concedere all’asceta, o tapasvin, un favore esaudendo una sua richiesta oppure possono riportare l’asceta a più miti consigli inviandogli, ad esempio, una ninfa tentatrice che, inducendo una fatale dispersione di seme, riesce a privare l’asceta del potere accumulato.
In molte narrazioni mitologiche sono descritti tapasvin impegnati in pratiche estreme, quali l’immobilità prolungata, l’esposizione agli elementi, il mantenimento di posture innaturali, il digiuno, il controllo del respiro, il silenzio e, ovviamente, la castità. Queste pratiche, già attestate nelle fonti vediche e nell’epica, vengono integrate nei più antichi sistemi di yoga e continueranno a far parte – in forma e grado diversi – del repertorio delle pratiche yogiche per millenni, tanto che i tapasvin verranno sovente chiamati yogin e viceversa. Ad esempio, lo haṭhayoga premoderno (da distinguere dallo yoga posturale moderno), mantiene una forte componente di tapas, sottolineando un aspetto di sforzo, di contenimento e di ‘ostinazione’ o ‘forte determinazione’ (questo è uno dei significati di haṭha come inteso, oggi, da molti sādhu, ovvero dagli ultimi esponenti dello haṭhayoga ‘tradizionale’).

Virginia: Nel Pātañjalayogaśāstra, più noto come Yoga Sūtra, ritroviamo tapas due volte nel secondo libro, sia come parte del kriyāyoga sia tra i cinque niyama, ovvero tra quegli aspetti della nostra condotta che illuminano la relazione con noi stessi prima ancora che con la pratica. Qual è la visione che Pātañjali ci restituisce di questo “ardore”? Come stanno insieme disciplina, intensità e purificazione?

Marco: Nello Yoga Sūtra (2.1), Patañjali definisce lo yoga dell’azione (kriyāyoga) come una triade composta da austerità (tapas), studio in proprio (svādhyāya, oggi reinterpretato come ‘studio di sé’) e abbandono al signore (īśvarapraṇidhāna). La finalità di questo yoga, il ‘metodo dell’azione’, è quella di permettere allo yogin di produrre un’attenuazione delle afflizioni (kleśa) e ottenere il samādhi. È significativo che il commento di Vyāsa (che oggi molti studiosi ritengono di fatto inseparabile dai singoli aforismi) definisca l’ascesi come un mezzo per ridurre l’impurità (aśuddhi) ovvero il bagaglio delle impressioni karmiche subliminali (vāsanā): in altre parole, nel contesto dello yoga di Patañjali, il tapas è inteso come un mezzo per purificarsi dal karma, ovvero dalle tracce latenti accumulate a causa delle azioni pregresse, tracce che costituiscono a loro volta potenziali ‘inneschi’ per azioni di segno analogo, e che dunque legano ciascun essere al saṃsāra, l’eterno ciclo di nascita e morte.
Ma a questo Vyāsa aggiunge nel suo commento un particolare tutt’altro che trascurabile: le pratiche del tapas sono ammissibili per lo yogin a patto che non contrastino la calma mentale (citta-prasādana). È qui che il testo sembra discostarsi radicalmente da quelle tipologie di ascetismo estremo diffuse in India fin da epoche remote. Per Patañjali il tapas rappresenta un mezzo e non un fine ed è subordinato innanzitutto a un percorso soteriologico che culmina con una forma di conoscenza discriminante (viveka-khyāti). In questo senso Patañjali non fa che ricalcare una tendenza che si era già affermata in epoche precedenti. Si pensi ad esempio alle forme di ascetismo estremo praticate molti secoli prima dal Buddha e da questi rifiutate appunto perché prive di reale valenza soteriologica, ma anzi potenzialmente nocive a causa dei loro effetti negativi sul corpo, i sensi e la mente. O ancora, si pensi al diciassettesimo capitolo della Bhagavadgītā – un testo che sullo yoga ha tanto da dire – che nei versi 14-17 propone una forma di tapas ‘moderato’, che fa a meno di tecniche ardue e dolorose, e che ha come scopo lo sviluppo di una mente permeata di sattva, la qualità della luminosità, della calma e della leggerezza. Oppure, tra i tanti autori più tardi, si pensi ad Abhinavagupta, il grande maestro kashmiro del X-XI secolo, che con argomentazioni sottili rifiuta quelle tipologie di pratica che implicano sforzi dolorosi e mortificazioni. Benché nel corso dei millenni le pratiche ascetiche estreme non verranno mai abbandonate, ma continueranno a riproporsi frequentemente, esiste una corrente più moderata che reinterpreta il concetto di tapas come disciplina ascetica finalizzata alla purificazione e ancillare rispetto all’ottenimento del samādhi, e solo in misura minore all’acquisizione di potere. È certamente a questa corrente che dovremmo guardare noi oggi per cercare in qualche modo un contatto tra la nostra pratica e le forme di yoga premoderne.

Virginia: Arriviamo ora a visioni più vicine alle nostre, a quella che è la nostra esperienza di pratica nel contesto di uno yoga molto lontano da quello, quasi leggendario, della tradizione.
Poiché il nostro approccio con lo yoga, come dici spesso, deve essere realistico, esso dovrebbe essere commisurato alle nostre vite per potersi adattare alla nostra reale esperienza. Oggi ci muoviamo in un contesto transazionale, il cosiddetto modern yoga, che risente di influenze molto diverse tra loro e che ha spostato, per molti versi, l’accento sul piano fisico della pratica. Possiamo dire che, prima di tutto, il calore si sviluppa nel corpo quando si ricerca un’attività fisicamente intensa o la si sviluppa in ambienti che alzano letteralmente la temperatura, come nel Bikram yoga?

Marco: Quello che definiamo yoga moderno, che si origina a partire dalla seconda metà del XIX secolo, implica un processo di selezione, razionalizzazione e ‘disinfezione’ delle tradizioni precedenti. In questo contesto, lo yoga viene reinterpretato come una disciplina spirituale pienamente compatibile con la scienza moderna, capace di donare uno stato di salute e benessere, non solo fisico ma anche psicologico. A partire dal periodo coloniale le forme estreme di tapas ascetico furono spesso oggetto di derisione, condanna o di curiosità morbosa, venendo stigmatizzate tanto dalle autorità coloniali quanto dai riformatori religiosi indiani come simbolo di barbarie, come l’emblema di un’India irrimediabilmente irrazionale e corrotta. Il ‘fachiro’ sul letto di chiodi, lo yogin che trascorre decenni tenendo un braccio sollevato (ūrdhvabāhu) e tutta la galleria variopinta di asceti immortalati nella ritrattistica coloniale finirono per rappresentare un elemento grottesco, esotico e dissonante rispetto agli ideali della modernità liberale, incentrata sui valori di razionalità, progresso e benessere.
Gli intellettuali riformatori indiani, i padri di quello che definiamo neo-induismo, e molte figure chiave dello yoga moderno si trovarono costretti a smussare gli aspetti radicali ed estremi del tapas riformulandoli radicalmente. Innanzitutto, in questa nuova temperie culturale la sofferenza perde il suo valore di strumento di potere e di salvezza. L’ardore e il calore ascetico vengono in gran parte reinterpretati sotto il segno di un’etica dell’automiglioramento individuale che privilegia l’autodisciplina, l’impegno costante, il self-control e la forza di volontà in vista della ‘costruzione del carattere’ (character building). Molti autori e maestri della tarda epoca coloniale sembrano avere come ideale non tanto l’asceta quanto il buon cittadino e il buon patriota (che spesso finirà per coincidere anche con il buon fedele ‘hindu’), il cui tapas non è orientato alla trascendenza ma piuttosto all’automiglioramento. Lo yoga moderno certamente non censura il concetto di tapas, ma si sforza piuttosto di renderlo compatibile con un’etica della responsabilità individuale e dell’ottimizzazione di sé.
Nello yoga moderno il corpo diviene luogo privilegiato di questo lavoro di ottimizzazione e disciplina. Rispetto alle tecniche di austerità ascetica premoderna, che spesso implicavano forme estreme di mortificazione del corpo finalizzate a un suo trascendimento, nello yoga posturale moderno (ovvero in quella forma di pratica oggi prevalente, in cui la pratica degli āsana gode di una centralità pressoché assoluta) si privilegia un altro tipo di approccio, decisamente più moderato: il corpo viene allenato e addestrato piuttosto che sottomesso e dominato, e il dolore perde in gran parte la sua funzione trasformativa, dal momento che la pratica mira al benessere piuttosto che alla rottura dei limiti. Tapas a questo punto viene presentato come atteggiamento di perseveranza, regolarità e impegno nella pratica (commitment). Inoltre, non abbiamo più a che fare con un corpo ascetico ma sempre più con un corpo medicalizzato, che può essere reso efficiente, sano e performante attraverso un regime rigoroso di esercizi. Tale regime è spesso inteso come parte di un più ampio programma di realizzazione personale che può certamente includere aspetti ‘spirituali’ ma che si pone sovente al di fuori di ogni specifica connotazione confessionale, in favore di ideali universalistici tipici di un certo pensiero neo-hindu.
Oggi, nel contesto dello yoga moderno transnazionale, l’interesse nei confronti di pratiche ardue ed estreme sul modello delle forme di tapas antiche è di fatto inesistente, non solo in ragione della loro oggettiva difficoltà, ma soprattutto perché esse contraddicono radicalmente le aspettative e i valori di chi si accosta allo yoga. Benché in molti stili o scuole moderne permanga un richiamo a forme più o meno moderate di ‘autodisciplina’ (come abbiamo visto, una risignificazione e un ammorbidimento del concetto di tapas), è indiscutibile che la tendenza generale è quella di andare verso l’equilibrio, l’armonia, la salute e il benessere. Ad esempio, si pensi a quanta attenzione si presta oggi ai potenziali effetti negativi di determinate posture o di alcune pratiche, e di come si cerchi di porvi rimedio con l’utilizzo attento di sostegni e aggiustamenti, e ricorrendo a una raffinatissima conoscenza dell’anatomia del corpo. Tutto ciò ha a che fare con una sensibilità e dei valori totalmente moderni ma sostanzialmente estranei alla cultura ascetica dell’India antica, dove il tapas era spesso sinonimo di autolesionismo deliberato.
Ecco il filone in cui si inseriscono pratiche come il Bikram Yoga o altre forme di yoga che privilegiano un lavoro fisico intenso in cui la produzione di calore fisico è interpretata in senso molto concreto come un riscaldamento che fa sudare il corpo e che può assumere connotati ‘motivazionali’ più che ascetici. A costo di generalizzare in modo eccessivo, possiamo dire che si tratta di pratiche che risentono di modelli moderni, mantenendo un legame molto tenue con le forme di tapas premoderne.

Virginia: Anche nello yoga moderno incontriamo, però, aspetti di tapas più sottili che vanno da una parte nella direzione di una disciplina della pratica, che diventa costante e intensa, e dall’altra verso la scoperta di qualcosa di meno volontario, quel “fuoco dentro” che si accende in noi quando qualcosa ci appassiona e sembra quasi incendiare il nostro cuore. C’è una relazione tra questi due aspetti, secondo te? Come stanno insieme volizione e “passione”?

Marco: Nelle diverse forme di yoga che quasi tutti noi pratichiamo oggi permangono certamente alcuni aspetti che possiamo ricollegare a un atteggiamento ascetico. Non possiamo negare che lo yoga, affinché sia davvero trasformativo, richieda disciplina e costanza: assumersi l’impegno di praticare con una certa regolarità (anche quando magari si avrebbe voglia di fare tutt’altro) è uno scoglio serio per molti aspiranti yogin contemporanei. La regolarità implica una rinuncia e una disciplina del desiderio, ovvero la capacità di fare uno sforzo di volontà in una direzione contraria rispetto all’abitudine. I frutti di questo lavoro non sempre sono immediati e richiedono spesso un certo grado di fede/fiducia nella pratica che si è intrapresa. A questo si accompagna spesso una revisione di molti comportamenti e stili di vita che prima si ritenevano ‘normali’, e che possono variare dalle abitudini alimentari alle consuetudini sociali. Anche in questo caso siamo vicini a quelle che potremmo definire forme moderate di ascetismo, che dal mio personale punto di vista dovrebbero avere tutte lo scopo di vivere una vita etica e di far emergere una qualità sattvica in noi: una mente lucida che sa di essere lucida e che trova piacere nell’esserlo è un faro a se stessa ma è anche un segno per gli altri. Il calore che cerchiamo di generare con la nostra umilissima pratica sul tappetino, con il prāṇāyāma e le mudrā, con le diverse forme di meditazione che possiamo praticare, con lo studio e riflessione, è soprattutto un calore luminoso e purificante, è un modo per liberarci dei rami secchi e vivere una vita lucida e consapevole, che è di per sé appagante. La passione per la lucidità può diventare davvero un aspetto centrale della pratica e dare al tempo stesso grande ispirazione a continuarla.

Virginia: Tante tante parole, ma nel tuo seminario ci sarà anche grande spazio per la pratica, per l’esperienza sul tappetino, puoi anticiparci come la svilupperai?

Marco: L’insegnamento del Viniyoga di Krishnamacharya e Desikachar che io seguo è spesso noto per proporre un tipo di pratica ‘morbida’ e dolce, in cui non si suda né si sottopone il corpo a sforzi sostenuti e prolungati. Benché ciò non sia del tutto esatto (è possibile applicare la ‘grammatica’ del Viniyoga anche a pratiche molto esigenti sul piano fisico) in questo seminario privilegeremo un tipo di lavoro sul tapas di carattere più sottile, che abbraccia certamente la disciplina del corpo realizzata attraverso gli āsana, ma pone al centro del lavoro il respiro (prāṇa) e gli aspetti cognitivi legati a all’orientare l’attenzione in modo sostenuto e disciplinato e all’osservazione attenta del moto del soffi vitali (vāyu). In questo modo andremo a lavorare su quel calore o fuoco addominale (jaṭhārāgni) che rappresenta un concetto chiave di molte pratiche dello haṭhayoga, un tema in cui si intersecano purificazione, salute e benessere, ma che rappresenta anche un’occasione preziosa per dare senso a concetti più antichi che oggi rischiano di restare relegati a un remoto passato.

Virginia: Infine la domanda di rito: a chi si rivolge questo incontro? È necessario avere esperienze pregresse per partecipare?

Marco: Il seminario si rivolge a tutti coloro che hanno un minimo di pratica alle spalle: non richiede aver padroneggiato posture difficili o avere la capacità di mantenerle per tanto tempo, quanto piuttosto la capacità – per nulla banale – di rallentare, ovvero di andare controcorrente rispetto all’abitudine al passo veloce e alla precipitosità che caratterizza la vita oggi. Questa, a ben guardare, può essere considerata una forma di tapas, perché implica un andare controcorrente rispetto a un’abitudine (o smania) radicata anche nel mondo dello yoga contemporaneo. Dal mio punto di vista è solo rallentando che si può accendere un altro fuoco, un ardore che non fa necessariamente sudare, più discreto ma più profondo, che ha un radicale effetto purificante e illuminante. Questo seminario è l’occasione per apprendere qualche spunto su come accendere questo fuoco.

Virginia: Grazie, Marco, per questa illuminante intervista.

Rinnoviamo quindi l’invito a partecipare al seminario che si terrà domenica 8 febbraio 2026 al Centro Natura su Tapas, il calore che purifica.
Per ulteriori info qui.
Per iscrizioni form oppure yoga@centronatura.it – tel. 051 235643 – 051 223331

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